Oltre la risposta punitiva, la violenza giovanile si cura ricostruendo le relazioni

Tra i recenti interventi normativi sulle responsabilità dei minori e le operazioni di polizia, i dati Cnr-Ifc ESPAD®Italia 2025 rivelano una realtà in cui la violenza riguarda oltre quattro studenti su dieci

I dati ESPAD®Italia, diffusi dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, mostrano che il 43,4% dei ragazzi di 15-19 anni riferisce almeno di comportamenti violenti agiti o subiti nel 2025. Negli ultimi anni cresce soprattutto la violenza più grave e “guardata” attraverso lo smartphone, che raggiunge il record assoluto

Come assistenti sociali operiamo quotidianamente nei contesti territoriali a contatto con le fragilità e con la devianza minorile. Osserviamo da vicino quanto i recenti episodi di cronaca non siano eventi isolati, ma il sintomo visibile di un malessere profondo. Le notizie delle imponenti operazioni della Polizia di Stato per il contrasto della criminalità giovanile e l’approvazione in Consiglio dei Ministri del disegno di legge in materia di imputabilità del minore testimoniano una forte attenzione istituzionale verso il contenimento e la sanzione. Tuttavia, la risposta punitiva o giudiziaria interviene solo quando la frattura si è già consumata. Per comprendere davvero cosa stia accadendo tra le giovani generazioni serve uno sguardo capace di andare oltre la sola emergenza. È qui che i dati del report ESPAD®Italia 2025 dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) offrono uno spaccato imprescindibile, basato sulle risposte di 17.000 studenti e studentesse tra i 15 e i 19 anni.

Quello che emerge dall’indagine è che la violenza tra adolescenti è un’esperienza diffusa, che riguarda il 43,4% del campione, pari a oltre un milione di ragazze e ragazzi che hanno agito o subito almeno un comportamento violento nel 2025. Un quadro in cui il 14,2% segnala di aver vissuto due o più episodi, evidenziando un marcato divario di genere che vede coinvolto il 49,8% dei ragazzi rispetto al 37,2% delle ragazze. Nella pratica dei servizi vediamo come spesso tutto cominci da dinamiche apparentemente banali, come una spinta presentata come uno scherzo, una parola di troppo davanti al gruppo o una partita finita male, per poi degenerare. Nel dettaglio della fotografia scattata dal Cnr-Ifc, il comportamento più diffuso resta la partecipazione a risse, riferita dal 38,3% delle studentesse e degli studenti, seguita dalle risse di gruppo (11,9%), dal danneggiamento di beni (5,9%) e da episodi con ferite che hanno richiesto cure mediche (5,0%).

Ciò che, come professionisti e professioniste del sociale, preoccupa maggiormente è la crescita dei comportamenti a più alta criticità nell’arco temporale compreso tra il 2018 e il 2025. Nello specifico, è quasi triplicata la quota di chi ha colpito un o una docente, passando dall’1,2% al 3,6%, ed è salita dall’1,4% al 3,5% la percentuale di chi ha minacciato una persona con un’arma per ottenere qualcosa. Si tratta di fenomeni minoritari ma dall’altissimo profilo di rischio, con una prevalenza tra i ragazzi più che doppia rispetto alle ragazze: 5,1% contro 2,1% per le aggressioni al personale docente e 5,0% contro 2,0% per l’uso intimidatorio delle armi.

A questo quadro si aggiunge la dinamica della violenza esibita e digitale: nel 2025 332 mila studenti e studentesse hanno assistito a una scena di violenza filmata con uno smartphone o l’hanno ripresa in prima persona, portando l’indicatore dall’11,8% di spettatrici e spettatori e 3,8% di autrici e autori dei video al record storico del 15,6% complessivo, più del doppio rispetto al 6,0% del 2018. Va comunque sottolineato che la violenza offline, pari al 43,4%, resta più diffusa del cyberbullismo agito, attestato al 29,9%, mentre il confronto storico mostra un leggero calo delle zuffe generali rispetto al 43,1% del 2018.

Nel lavoro con le famiglie e con le persone adolescenti appare evidente come la violenza proliferi laddove i legami significativi si indeboliscono. I dati confermano puntualmente questo vissuto quotidiano: la quota di adolescenti coinvolti in condotte violente sale al 48,1% tra chi ha difficoltà con il personale docente, contro il 19,5% di chi non ne ha; raggiunge il 48% in presenza di gravi difficoltà con il gruppo dei pari e il 43,1% di fronte a problematiche con i genitori o con chi esercita la responsabilità genitoriale. Inoltre, i comportamenti violenti salgono al 58,3% tra chi subisce cyberbullismo, mostrando anche una forte correlazione con l’uso di sostanze illecite (26,8% contro 12,6%) e con rapporti sessuali non protetti (26,9% contro 8,5%).

Sul fronte dei fattori protettivi, livelli più bassi di violenza si riscontrano tra chi dichiara relazioni familiari soddisfacenti, genitori informati sulle uscite serali o l’abitudine alla lettura personale. Come sottolineato da Sabrina Molinaro, dirigente di ricerca del Cnr-Ifc e responsabile dello studio, la violenza si concentra dove le relazioni si incrinano e richiede una risposta strutturale basata sullo sviluppo delle competenze emotive, sull’educazione digitale e sul lavoro di rete tra scuola, famiglie e servizi territoriali. Modificare il regime dell’imputabilità o incrementare la presenza delle forze dell’ordine può rispondere a un’esigenza di contenimento, ma la vera prevenzione si costruisce riallacciando i fili delle comunità educanti e intercettando il disagio prima che si trasformi in reato.