Riflessione sulle parole della presidente Barbara Rosina in merito alle polemiche strumentali sugli allontanamenti e sul ruolo cruciale dei servizi a tutela dell’infanzia
Leggere le parole di Barbara Rosina, presidente dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, suona come un atto di necessaria chiarezza in un tempo dominato dalle urla sguaiate dei social media. Quando la presidente afferma che gli assistenti sociali non rubano i figli ma intervengono solo lì dove la famiglia non riesce più a garantire un ambiente sicuro, sta descrivendo la realtà quotidiana di migliaia di professionisti che operano nel silenzio e spesso nella paura. È fondamentale smontare la narrazione tossica che vede i servizi sociali come nemici del nucleo familiare, una percezione distorta che ha trovato terreno fertile in slogan politici e casi di cronaca strumentalizzati come quello di Bibbiano. La verità che emerge vivendo questa professione dall’interno è diametralmente opposta, poiché l’allontanamento di un minore rappresenta sempre l’extrema ratio, una sconfitta che arriva solo quando ogni altro tentativo di supporto, sostegno economico o educativo ha fallito nel proteggere l’integrità fisica e psichica del bambino.
Il nodo centrale della questione, che spesso scatena l’indignazione pubblica, è il concetto che l’amore genitoriale, da solo, non basta. È una frase dura da digerire, ma terribilmente vera quando ci si scontra con situazioni di degrado, isolamento o patologia. Come sottolineato nell’intervista a La Stampa, casi recenti di famiglie che scelgono l’autosufficienza totale o l’isolamento dal mondo pongono interrogativi etici e legali che non possono essere liquidati con il romanticismo della “vita secondo natura”. Un bambino è un soggetto di diritto autonomo, non una proprietà dei genitori, e ha diritto inalienabile all’istruzione, alle cure sanitarie e alla socialità con i propri pari. Negare questi diritti fondamentali in nome di una scelta ideologica degli adulti significa condannare un minore all’invisibilità.
Lavorare come assistente sociale oggi significa muoversi in un campo minato, dove la strumentalizzazione politica ha reso ogni intervento sospetto agli occhi dell’opinione pubblica. Eppure, il 90% del lavoro dei servizi si svolge proprio per tenere unite le famiglie, non per dividerle. La vera emergenza non sono gli operatori che “prelevano” i bambini, ma la solitudine in cui sono lasciati i servizi, costretti a gestire situazioni di povertà educativa e materiale sempre più complesse con risorse limitate. È tempo di smettere di usare la sofferenza dei bambini come arma di propaganda e iniziare a guardare alla tutela minorile come a un dovere civico collettivo, perché ogni volta che si delegittima chi lavora per la protezione dei più piccoli, si indebolisce l’intera rete di sicurezza che lo Stato dovrebbe garantire ai suoi cittadini più vulnerabili.
